Storia dell’uso farmaceutico e cosmetico della cera

cremaUn papiro compilato in Egitto nel 1550 avanti Cristo (il Papiro Ebers) nomina la cera in 32 ricette, tutte per uso esterno, dove la cera fa da sostanza portante insieme a una varietà di altri ingredienti, quali resina, mirra, grasso di bue. Le indicazioni vanno dall’estrazione di spine alle bruciature, ferite, o come lenitivo per le articolazioni e l’irrigidimento.
Il greco Ippocrate (460-470 a. C.), considerato il “padre della Medicina” ne consigliava applicazioni sulla nuca nel caso di amigdalite purulenta.
Il romano Plinio il Vecchio (23-79 d.C.) nella sua “Naturalis Historia” parla della cera sia per uso esterno che interno definendola“emolliente, riscaldante,  e rigenerativa della carne”; la migliore sarebbe la più fresca. E’ data a chi patisce di dissenteria in un impasto di farina e acqua o in un porridge di semola tostata.  Plinio cita anche balsami e impiastri.
Il medico greco Galeno (129-216 d.C,) mise a punto una ricetta che è a tutt’oggi la base delle “cold creams”: olio d’oliva, cera d’api e acqua di rosa: il “Ceratum Galeni”.
Il medico persiano Avicenna; (780-1037) la prescrisse come stimolante della lattazione nelle donne e per la cura di tossi persistenti.
Nel “ricettario dei segreti” del principe fiorentino Antonio De Medici (1576-1521) la cera ha una parte notevole nella composizione sia di unguenti sia dei cosiddetti“cerotti”, applicazioni emollienti o medicamentose in cui veniva inserita una varietà di ingredienti (quali nepetella, olio laurino, resine, olio rosato) a seconda dell’indicazione curativa: bruciature, contusioni, piaghe e ferite, fratture, calli, sciatica.
Uso farmaceutico e cosmetico della cera oggi:
Oggi la cera viene usata per le sue proprietà cicatrizzanti, antiinfiammatorie, per ascessi, bruciature, screpolature, in impiastri caldi per artrosi e affezioni reumatiche e alcuni tipi di nevralgie, per facilitare il transito intestinale, per rinforzare le medicazioni periodontali. Inoltre viene utilizzata per prendere lo stampo dei denti nella realizzazione di protesi dentarie, entra nella composizione di supposte e dà alle pastiglie il loro aspetto liscio e lucido.
In cosmesi ha un’azione soprattutto sulla pelle delicata, soprattutto se deidratata e devitalizzata; pulisce l’epidermide e nutre la pelle. Entra a far parte di creme struccanti, creme emollienti e protettive, creme da massaggio, ombretti, mascara, matite per labbra, lucida labbra. Fin dai tempi di Galeno è ingrediente fondamentale delle “cold cream”. Alla formula originaria (olio vegetale, acqua di rose e cera) al giorno d’oggi viene aggiunto un agente alcalinizzante (di solito il tetraborato sodico) che determina le proprietà emulsionanti degli acidi grassi liberi della cera. Più recentemente si è sostituito al tetraborato sodico il solfato di magnesio, che dà origine a emulsioni più stabili.
La ricetta della “cold cream”: La particolarità di questa crema è che, pur essendo a base grassa, ha una notevole azione rinfrescante dovuta all’evaporazione dell’acqua. Per questa ragione, le venne dato il nome di cold cream. La ricetta originaria prevedeva la fusione della cera d’api, nella quale, dopo aver aggiunto 3 parti di olio d’oliva nel quale erano stati messi in infusione petali di rosa, veniva incorporata la maggior quantità d’acqua possibile. Questa preparazione fu inclusa nella Farmacopea Londinese (1618), e nel 1914 venne modificata con l’aggiunta di una piccola quantità di borace: cera d’api 18%, olio di mandorle dolci 61%, Acqua di rose 20%, Borace 1%. La preparazione viene effettuata a caldo in modo da fondere la cera e ad essa si addiziona l’olio e l’acqua contenente il borace. Nelle varianti successive sono state introdotte lanolina, olio minerale anziché vegetale, spermaceti ecc. Tentativi di perfezionare la formula hanno portato a: Cera d’api 15%, Olio Minerale 50%, H2O 34%, Borace 1%, che, volendo usare un olio vegetale, è stata modificata così: Cera d’api 12%, Olio di Mandorle 67%, H2O 20,3%, Borace 0,7%.
Altri usi della cera: circa nel 700 avanti Cristo, Omero, nel libro XII dell’Odissea,  fa riferimento alla : della cera quando Ulisse la usa per turare le orecchie dei suoi compagni di viaggio, perché non abbiano essere distratti, durante la navigazione, dal canto delle sirene. Dice Ulisse nel poema omerico: “con un’ affilata lama di bronzo avevo tagliato un disco di cera a pezzetti e li stavo premendo tra le mani con forza. Per la forte pressione e il calore del sole la cera si ammorbidì e la spalmai sulle orecchie di tutti i miei compagni”.Le cere sono infiammabili e l’uso forse più popolare della cera è quello per l’illuminazione. A differenza delle cere minerali la cere organiche come quella d’api non lasciano residui dopo la bruciatura. Pitture tombali egiziane eseguite tra il 1567 e il 1085 prima di Cristo mostrano due tipi di candele, una delle quali tenuta in mano da un sacerdote.  L’uso per l’illuminazione si intreccia a quello rituale e liturgico. La chiesa Cattolica ne normò l’uso sin dal sinodo di Elvira (306 d.C.) e ribadì fino ai giorni nostri che dovessero essere di pura cera d’api.  La cera entrò nella composizione di ordigni incendiari: durante la Prima Crociata, i Musulmani si difesero dai Cristiani, durante l’assedio di Gerusalemme (1099) con ordigni incendiari che prevedevano, insieme alla cera, pece, zolfo e stoppa. La sua modellabilità ha fatto sì che venisse usata fin da tempi antichissimi per la creazione di oggetti di culto: se ne hanno esempi in Egitto fin dalla prima dinastia (2830 prima di Cristo), ma anche un po’in  tutte le culture native (Australia, Sud America).  Prevede l’uso della cera la tecnica di scultura detta “a cera persa”, che fa la sua prima comparsa nell’età del bronzo per trovare la sua fioritura nell’arte greca e romana. Consiste nel creare un modello in cera su cui fare uno stampo d’argilla con due fori da cui far rifluire, scaldandola, la cera. Lo stampo verrà poi usato per colarvi del bronzo, o dell’ottone, o del rame o dell’oro.Candela Questa tecnica venne usata in tutte le culture del mondo e ne sono esempi famosi i  bronzi di Riace e le sculture di Benvenuto Cellini, che ne parla nel suo “Trattato della scultura”. Lo stesso tipo di tecnica è usato in gioielleria e in ambito dentistico (protesi dentarie). La cera è stata usata in ambito scientifico per creare modelli anatomici, così come per ritrarre in modo realistico persone famose, come iniziò a fare Madame Tussaud (da cui prende il nome il Museo delle Cere di Londra). Pitture su encaustico, tavolette per la scrittura dall’Antico Egitto al Medio Evo, sigilli e adesivi , tintura di abiti, conservazione di cadaveri,  testimoniano la incredibile varietà di usi della cera. L’uso universalmente diffuso della cera (che è inerte, impermeabile, liscia e lucida) come finitura e lucidatura (di legno, marmo, pietra, cuoio, tessuti e cesteria) sembrerebbe avere i suoi primi esempi riconoscibili fin dal Neolitico. Cera d’api per la lucidatura dei mobili
“Encaustico” è il nome del prodotto che si ottiene sciogliendo la cera in un solvente: il migliore è la trementina. Poiché il solvente è infiammabile, occorre prestare grande attenzione e possibilmente usare un fornellino elettrico e non a fiamma. Si spezzettano con un coltello 120 gr. di cera d’api e si aggiungono 80 gr. di cera carnauba, una cera vegetale ricavata dalle foglie di una palma e che serve a dare una maggiore brillantezza. Vi si unisce, in un pentolino, 80 cl. di essenza di trementina. Si scalda a bagnomaria mescolando di tanto in tanto. E’ questo il momento in cui fare attenzione perché la trementina non prenda fuoco.
Quando la cera è sciolta del tutto, si toglie dal fuoco e con molta attenzione (perché è calda e ustionante) si versa in vasetti di vetro, che vanno ermeticamente chiusi e conservati al buio. Le proporzioni (12% di cera, 8% di carnauba, 80% di essenza di trementina) possono variare soprattutto in relazione al tipo di legno che si deve lucidare: legni duri richiedono un prodotto più diluito, quelli teneri un prodotto più concentrato.

I “fogli cerei” in apicolturafogliocereo

Quando le api vivevano nei tronchi degli alberi, i favi di cera che costituivano la struttura interna dell’alveare erano saldamente attaccati alle pareti e formavano un insieme compatto, che non svelava la vita delle api.  Una piccola, semplice, scoperta ha rivoluzionato l’apicoltura, nella seconda metà dell’Ottocento: quella di uno spazio sempre uguale, di nove millimetri, che le api lasciano tra una costruzione e l’altra del loro alveare naturale. Questa scoperta  ha permesso l’invenzione di un’arnia a telai scomponibile, quella moderna, dove i favi vengono costruiti dalle api all’interno di telai di legno forniti dall’apicoltore e rispettosi delle distanze naturali. Questo sistema permette anche di controllare e orientare  lo sviluppo delle colonie d’api secondo le esigenze dell’allevatore e anche di osservare le api in ogni fase del loro ciclo biologico, perché i telaini si possono estrarre e “sfogliare”, osservare,  come le pagine di un libro aperto.  Insieme all’uso dei telaini mobili si è sviluppato quello dei fogli cerei, che nei telaini vengono inseriti con la struttura esagonale delle celle prestampata, per facilitare il lavoro delle api. Le tecniche di fabbricazione dei fogli cerei prevedono stampi “a libro” artigianali (la cera viene inserita calda e pressata, un foglio alla volta) e metodi più industriali quali la laminatura (il disegno delle celle viene impresso su nastri di cera lisci, da rotoli che vengono fatti scorrere a 40° circa tra due cilindri incisi), o la fusione (la cera liquida viene fatta scendere sui due cilindri incisi, raffreddati, che girano). Il primo metodo rende i fogli morbidi ed elastici, ma proprio per questo più deformabili, nel secondo le particelle della cera rimangono disposte in una struttura più simile a quella dei favi naturali, i fogli sono più fragili ma vengono meglio accettati dalle api, a cui rimane il lavoro di costruire le celle in profondità. (fonte UNAAPI)”

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